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Mr Tinsmith: intervista con Valentina Temporin

Da luglio dello scorso anno, Zintek è stata coinvolta nella prima edizione del concorso internazionale di architettura Waterproof (leggi la nostra newsletter dedicata all’evento).

Un concorso di idee, pensato per far incontrare i giovani professionisti con le imprese del territorio veneziano e per incoraggiare una progettazione “pratica”, che all’intervento clamoroso preferisca il lavoro sul dettaglio e sulla funzionalità.

A un mese dalla proclamazione dei vincitori  , abbiamo intervistato la coordinatrice scientifica del concorso, l’architetto Valentina Temporin, per farci raccontare come sono andate le cose e raccogliere le sue valutazioni sull’esperienza.

Ci può descrivere in breve che cos’è il concorso Waterproof e come si è svolto?

Waterproof è un concorso di idee per giovani progettisti di tutto il mondo, nato dal dialogo e dal confronto con Agnese Lunardelli – Presidente delle Piccole e Medie Imprese di Confindustria Venezia – sulle connessioni sempre più necessarie tra processi progettuali e produttivi.

I promotori del progetto non sono partiti dall’esigenza di riqualificazione di uno specifico edificio, ma dalla volontà di avvicinare il mondo dei professionisti che operano nel campo dell’architettura e del design al il mondo della produzione manifatturiera. L’edificio oggetto del contest diventa quindi un’occasione progettuale per immaginare un modo diverso di approcciarsi al progetto, partendo dai materiali che si conoscono, dalle tecnologie che portano al comfort dell’utente, dalla connessione tra il dettaglio e l’insieme dell’opera.

Il contest è un’opportunità per immaginare una modalità di lavoro crossover, dove il progettista sappia operare una ricucitura tra ambiti differenti: acqua e terra, dimensione storica e progetto contemporaneo, dettaglio costruttivo e nuova immagine dell’edificio, tradizione produttiva e strumenti della manifattura digitale.

Waterproof si differenzia quindi rispetto al classico concorso di idee per l’elevato grado di concretezza insito nelle richieste. In questa direzione sono stati scelti anche gli output di presentazione del progetto. Non tanto tavole di progetto e rendering quanto piuttosto dettagli costruttivi, ciclo di vita del cantiere e plastico di dettaglio di uno dei nodi maggiormente innovativi del progetto.

 

Perché è stato organizzato? Quali erano le sue finalità?

Obiettivo principale del concorso era stimolare i partecipanti a un confronto diretto con gli attori principali del processo di costruzione dell’architettura. Se immaginiamo l’architetto come un direttore d’orchestra, senza dubbio deve essere in grado di dialogare con tutti i musicisti, rappresentati in larga parte da chi poi l’edificio lo andrà a realizzare, sia nella parte di cantiere sia di quella di realizzazione dei singoli componenti.

Waterproof è quindi scaturito da questi input ed è frutto di un percorso partecipato tra i promotori del progetto e le aziende partner. Il confronto costruttivo, lo scambio di idee e di visioni, il desiderio di essere più vicini ai progettisti hanno animato i numerosi incontri che si sono succeduti tra settembre e dicembre 2016, e hanno portato innovazione anche nella stesura del bando e negli output di progetto, legati a innovazione sostenibile di prodotti e processi. Il desiderio era infatti non solo quello di raccogliere nuove visioni dell’edificio di Ca’ Tron – situato a Venezia e attuale sede dall’Università Iuav – ma anche stimolare il rapporto tra partecipanti e partner per immaginare nuovi utilizzi dei materiali, in particolare modo legati al recupero dell’esistente.

 

In base a quali elementi sono state valutate le opere in concorso?

Waterproof ha due anime: la prima è indubbiamente legata al rapporto tra professionisti e aziende, la seconda è l’indagine e la definizione dell’occasione progettuale – Ca’ Tron – che ha visto i progettisti misurarsi in questa prima edizione. Le valutazioni dei progetti riflettono quindi questo duplice obiettivo e sono state così identificate:

  • Uniformità tra strategie micro e macro, che comprendano idee per l’innovazione di componenti costruttive e impiantistiche di dettaglio derivanti direttamente dall’idea progettuale globale e strettamente coerenti con essa;
  • Coerenza tra innovazione e dimensione storica dell’edificio, rispetto del contesto urbano in cui si opera, rapporto sinergico con l’elemento “laguna”;
  • Sostenibilità dell’intervento che tenga conto dell’intero ciclo di vita dell’edificio, dell’uso che se ne andrà a fare, delle modalità di manutenzione;
  • Fattibilità e sostenibilità economica delle proposte.

 

 

A queste si è aggiunta la conformità del programma funzionale con le richieste di rinnovo di Ca’ Tron, per acquisire idee che elaborassero una modalità innovativa di recupero di un palazzo storico veneziano, pur mantenendo un rispettoso dialogo con la preesistenza.

La possibilità data ai progettisti di aggiungere una parte di nuova costruzione è stata un ulteriore stimolo per dare una veste unica all’edificio ed ergerlo a simbolo di rapporto sinergico tra storia e contemporaneità.

Infine, si è chiesto di promuovere un utilizzo innovativo di uno spazio accademico, per farlo diventare riferimento per studenti e cittadini, luogo di aggregazione, di incontro costruttivo, di scambio operativo sui processi di trasformazione attiva di Venezia, ma anche esempio di intervento flessibile, capace di adattarsi ai cambiamenti climatici in atto e all’utilizzo futuro degli spazi.

Ci sarà un futuro per il progetto vincitore? Verrà realizzato?

Essendo un concorso di idee, non è prevista la realizzazione del progetto. In futuro ci piacerebbe però che questo format venisse utilizzato davvero per raccogliere idee progettuali da applicare a interventi reali, sempre legati alla riqualificazione dell’esistente.

Ritiene che iniziative di questo genere siano utili e produttive sia per chi partecipa sia per la comunità e il territorio?

Lo penso davvero, ed è per questo che ho accettato di prendere parte al progetto. Ritengo che lo strumento dei concorsi di architettura sia potente se utilizzato nel modo corretto. Ma troppi concorsi di idee restano sulla superficie del progetto, evidenziando e premiando le proposte più eclatanti invece che quelle più fattibili. Mi piacerebbe che questo format si potesse ripetere anche per altri contesti, per portare all’attenzione del territorio le possibilità di recupero di certi edifici o determinate aree pubbliche, mostrando come anche con micro-interventi concreti – connessi alle realtà produttive locali – si possa riqualificare uno spazio.

Il recupero di Ca’ Tron degli anni ’70 racconta in effetti una storia simile: i progettisti, allievi di Carlo Scarpa, hanno realizzato non un intervento clamoroso ma azioni puntuali, dettagli tecnologici per attualizzare e rendere meglio fruibile l’edificio, che però nella loro organicità hanno saputo trasmettere una visione d’insieme contemporanea. Sapientemente hanno collegato con un fil rouge micro-interventi di riorganizzazione funzionale e di miglioramento del comfort, con l’obiettivo non di sovrascrivere l’architettura storica ma di affiancarla, incorniciandola per metterla ancor più in evidenza.

 

In qualità di coordinatrice, come valuta l’esperienza?

Per me è stata un’esperienza stimolante soprattutto per il dialogo con i partner, di cui ho approfondito processi produttivi e tipologia di prodotti, entrando all’interno degli stabilimenti, parlando con il loro staff e scoprendo ciò che normalmente viene lasciato in secondo piano. Sono convinta inoltre che questa occasione sia uno stimolo per i giovani progettisti per mettersi alla prova non solo sulla rappresentazione del progetto ma anche sulla sua costruibilità. Dialogare con le aziende, scoprire i loro processi produttivi e agire su di essi, realizzare un prototipo, capire se le cose funzionano davvero è l’obiettivo che ogni partecipante vorrei si fosse posto, ed è su questo che è stato maggiormente valutato.